A Gianni Sassi

Sono passati ben otto anni da questo mio breve scritto che riprendo stamattina e nulla è avvenuto su quel fronte. Non è più tempo di raccontarci favole. Personalmente io mi diverto ancora a utilizzare il termine “indipendente” ma così quasi per gioco. L’espressione musicale si divide tra “buona” e “cattiva” e se vogliamo proprio definire le proposte fuori schema etichettiamole come “alternative”. Per il resto, andiamo avanti, non è più tempo di dettagli nella stagione “pandemica” o di inutili sofismi.

L’Italia, da fine anni ’50, ha potuto godere di una scena musicale,  non codificata, molto vivace e presente.  L’inizio? Con le prime frange rock’n’roll, spuntate dal giorno e la notte, tra il 1958 e il 1960, con una particolare influenza in area milanese e un campione come Adriano Celentano, quasi  bambino e ultra arrabbiato. A cui seguì, nei primissimi sessanta,  la timida onda di surf stumentale che invase cantine e balere,  seguita dal terremoto beat, una piccola rivoluzione che mutò per  sempre la mentalità bigotta della vecchia italietta.  E dove mettiamo le vibrazioni psichedeliche post ’68? L’incredibile  prog italiano (1971/1975), diventato, in pochissimo, un mito senza confini? E il capogiro demenziale partito da Bologna nel ’77, tra indiani metropolitani e lacrimogeni? E il protopunk sprovveduto  ed ingenuo che dalle parti del 1980 partorì una band seminale per  l’HC mondiale, come i Raw Power? E i manierismi new-wave che  presero il volo tra l’82 e l’89, andando a scontrarsi con la rinascenza neo-sixties della seconda metà degli ’80? Potremo andare ancora avanti, sino ai giorni nostri, attraversando i ’90, quando molti creativi si ubriacarono con l’illusione di un personale successo che in realtà arrivò veramente per pochi a cui seguì il vuoto esasperato degli anni zero, mix di confusione e immobilismo sonoro. Anche se qualcuno tende a non ricordare o a rimuovere, una scena indipendente fatta di band, etichette discografiche, operatori, nasce con la via italiana al rock’n’roll, si sviluppa con il beat, continua nei settanta (come non ricordare Gianni Sassi e la sua Cramps), ha una forte espansione (anche sui media) negli ottanta e si istituzionalizza, perdendo energia e creatività, dalla seconda metà dei novanta. Oggi, il termine indipendente è ormai  svuotato da qualsiasi significato. Un riferimento buono per  ogni stagione, che nei migliori dei casi fotografa il deserto  e nei peggiori, illustra una malata povertà di idee e una cronica incapacità a rinnovarsi. Anche se molti di noi continueranno a sbandierare il vessillo indie, la strada maestra rimane quella della libertà creativa, non vincolata al/dal grande business che ormai tanto grande non è. Lontano dalle paranoie elittarie. Dalle grida isteriche. Dai narcisismi imbarazzanti che hanno traviato la scena musicale italiana in tutti i suoi aspetti: creativi, imprenditoriali, critici. Uscire dal provincialismo tipico della nostra penisola, tentare ditrovare nuove vie di comunicazione, svincolarsi dai trend imitativi, alla ricerca di messaggi originali (o quasi). Questa è la strada, se vogliamo che la nostra musica continui a vivere.

Giulio Tedeschi, Torino, giovedì 31 ottobre 2013, ore 10,41

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