CONTAMINAZIONI di Renato Marengo


“Contaminazioni (memorie di un contaminatore)” saggio sino al 2014 inedito, che pubblichiamo grazie alla collaborazione di Giulio Tedeschi che ha editato il testo e all’autore, Renato Marengo, che ci ha concesso la possibilità di pubblicarlo.

Commissionato nel 1997 da Giuseppe Marchetti Tricamo (in quel periodo direttore di Rai Eri) per il trimestrale La Nuova Rivista Musicale Italiana, allora diretta da Roman Vlad, “Contaminazioni (memorie di un contaminatore)” ha ricevuto il Premio Macchina da Scrivere 2013 nella sezione inediti “per la sorprendente capacità di affrontare il tema delle contaminazioni culturali partendo da una visione critica fuori dal tempo e dai confini, agevolando in questo modo una finale ed audace analisi sugli sviluppi della musica italiana contemporanea”.

CONTAMINAZIONI Testimonianze di un contaminatore
di Renato Marengo (1997).

Dal tragico bisogno di etichettare, al timore di non essere rigorosamente elitari, alla necessità di scambiasi con altre esperienze, sino al piacere di contaminarsi. Prove dell’esistenza in vita di una “nuova musica” che dalla seconda metà del ‘900 ad oggi è la vera protagonista del secolo, legata certamente alla tradizione di mare e di campagne del Sud d’ Italia, strettamente connessa col Mediterraneo e con i Sud del mondo e felicemente autonoma nella sua capacità di assorbire, fondersi con la musica del mondo circostante, contaminarsi. Un inevitabile excursus semi storico tra le tante infinite vie attraverso le quali la musica nasce, si evolve, si insinua, si trasforma si zittisce, si perde, si contamina e si ritrova.

Per quell’insano bisogno che spesso ha, non riuscendo forse ad esprimersi agilmente in alcun altro modo “accessibile”, di dover sintetizzare con un’unica parola la sia pur vasta materia del segmento di cui intende trattare, il critico musicale è ricorso all’uso di etichette. Già da alcuni secoli ormai il critico ha catalogato (meglio sarebbe dire “inscatolato”) la musica, dividendola gelosamente in rigorosi e invalicabili settori. Ecco quindi l’Operistica, la Cameristica, la Sinfonica, la musica d’Oratorio, ma pure quella da Danza, le Corali, il Canto Gregoriano. Ma, soprattutto, tutto questo l’ha austeramente etichettato come Musica Classica, o meglio Musica Seria. Quella da Banda con più fatica (ma come tenerla fuori se composta o diretta spesso da illustri maestri?) è entrata, alla lunga, anch’essa in questa catalogazione mentre, più sfortunata, ad esempio, è stata l’Operetta, rimasta a tutt’oggi, solo Operetta… e basta. Un “vorrei ma non posso” dell’Opera, definita dai puristi tra i “generi derivati o minori”, che deve accontentarsi di occupare, di fatto, a lungo un posto di serie B nell’universo della Musica Seria. I più attenti distinguono comunque la Classica in Operistica e Sinfonica o ancora in Barocca, quelli ancora più attenti separano anche cori e balletti, opere da operine, sinfonica da cameristica e via etichettando. Comunque nel linguaggio corrente viene generalmente chiamata Classica la musica Colta occidentale, per distinguerla da altre espressioni musicali, in particolare dalla Musica Leggera. E tutto, per tre secoli o poco meno, sembra filare liscio finché non arriva a creare scompiglio, con accelerazione improvvisa tipica di questo XX secolo appena conclusosi, la Contemporanea. Ma quale contemporanea?! Gridano scandalizzati alcuni intransigenti critici; “Contemporanea a chi e di chi?” La storia si confonde, la critica si divide ma è uso comune, anche per le enciclopedie più qualificate, definire contemporanea quella musica nata nel 1946 a Darmstadt detta anche avanguardia post-weberniana che vede contrapporsi al razionalismo matematico di Boulez, massimo rappresentante sino ad allora dell’avanguardia del 900, il costruttivismo empirico di Stockhausen. Ma anche la globalità e le tensioni morali suggerite da Luigi Nono, la dodecafonica, l’elettronica sino ad arrivare alla sospensione della necessità logica nella musica dell’americano John Cage che rivoluziona tutto proponendo la sua strada dell’irrazionalismo vitalistico. In Cage l’intento principale è quello di svalutare il ruolo dell’autore e dell’opera d’arte nei confronti della realtà esistenziale. Siamo davanti a un’ennesima etichetta: dopo la dodecafonica, con i post-weberniani e soprattutto con Cage, si parla adesso di Musica Aleatoria. Ma sarà vera musica? Si domandano ancora gli arcaici sostenitori della superiorità della Classica tradizionale, mal digerendo l’idea di dover accettare nel sacrario anche questa “non musica” che il più delle volte, in realtà, molti di loro semplicemente non comprendono. Si accostano a Darmstadt grandi musicisti italiani come Maderna, Berio, che approdano quindi alla Musica Elettronica per poi giungere all’Alea. Ecco quindi le prime contaminazioni: musica, ma anche rumori, strumenti ma anche suoni elettronici, suoni, comunque organizzati o in qualche modo controllati o previsti. Partiture virtuali con orchestre immense, musica che forse verrà solo pensata e mai eseguita. Ma anche grafici, diagrammi e poi gestualità teatrali, mimo, danza moderna “senza musica”… Silenzio ( o Silence di Cage o quindi il “Suono”, il “Rumore” del Silenzio). Poi il Neo Dada, l’improvvisazione collettiva di Cornelius Cardew. L’affaire si complica oggi, con i contemporanei e con quelli ancor più contemporanei come Bussotti, Sciarrino … Ma ci sono anche i Marchetti, gli Hidalgo, e Brian Eno, ecc. Sparisce o quasi la partitura, a volte c’è un “Progetto”. Nel gioco di parole si legge già l’ambiguità del significato di questa ennesima “etichetta”. Vero è che in qualche modo bisogna pure chiamarla la musica per capire a cosa ci si riferisca e di cosa stiamo trattando. Sarà pur vero, dunque, ma a causa di quei critici che per primi inventarono le etichette musicali, nobilitando ovviamente quelle di cui essi stessi si occupavano, iniziarono a distinguerle classisticamente (per blindarle ulteriormente e renderle “superiori”) in Musica Colta e … non. Quindi: Classica, Sinfonica, Operistica, Cameristica, Dodecafonica ecc. ecc. sono Musica con la M maiuscola, Musica Colta, cioè. Il problema per la Contemporanea venne (e ancor oggi viene) dibattuto a lungo: E’ musica dunque se c’è la partitura, non lo è se non c’è. Così si tentò di liquidare John Cage e la sua contestazione, come ciarlatano o comunque “visionario”… Ma i suoni grafici di Empty Words, per esempio, cosa sono? E le partiture scritte con un linguaggio diverso dal pentagramma? I grafici armonici, i segni e i gesti di Kagel o di Stockhausen, la musica Aleatoria, l’Improvvisazione? E già qui si aprì, e per molti è tuttora ancora aperto, il dibattito (la guerra!) all’interno della critica musicale, quella conservatrice e quella moderna. In pittura è stata subito netta e precisa la differenza tra figurativo classico e tutto ciò che è accaduto nel ‘900, dal surrealismo, cubismo, futurismo, neorealismo alle più estreme espressioni visive dell’arte la Pop Art, l’Arte Concettuale, la Body Art, la Mec-Art. Certamente più visibile, meglio divulgata, più seguita grazie alla sua peculiare riproducibilità, l’arte visiva moderna è da sempre agevolata rispetto alla musica moderna, non sempre sufficientemente rappresentata o facilmente rappresentabile in pubblico né sempre riproducibile su disco ( vedi ad esempio i concerti “visuali” di Cage con la collaborazione del grande ballerino-coreografo Merce Cunniningham) . L’arte visiva moderna ha da tempo risolto il problema della comunicazione, grazie a una grande offerta di mostre sempre più spettacolari e stimolanti ma anche grazie a una critica più numerosa, agile ed agguerrita, forse più popolare (spesso anche più commerciale), certamente più attuale che, se pur divisa, combatte ad armi pari tra tradizione e modernità nell’arte visiva. Comunque, anche se con riserve e con i dovuti distinguo, la Contemporanea, una volta accettata nell’Olimpo della critica ufficiale entra a far parte, sia pure secondo alcuni come fanalino di coda, della cosiddetta Musica Colta, anzi Seria. Il problema che qui vogliamo evidenziare (e ci si perdoni questa lunga parentesi, l’impreciso e certamente monco excursus informativo più che scientifico) non sta nell’eliminazione delle etichette, ahimè necessarie, non già per l’esecuzione o l’ascolto di musica ma per la sua trattazione, quanto nell’immobilismo secolare di tali distinzioni che, al di là della classificazione “storica” è impensabile mantenere mummificato oggi che il mondo, nostro malgrado, viaggia su microchip , giga e megabyte, quasi alla velocità della luce, in rete o via parabola. E quindi noi reputiamo che sia ora di smetterla di dividere, con tanto accanito razzismo culturale, tutta la musica diversa (pur sempre musica) da quella arcaicamente definita Musica Colta o Seria, settariamente sinonimo, comunque, di Musica Classica (anzi Barocca) definendola, come venne fatto all’inizio di questo secolo, dispregiativamente, limitativamente e certamente snobisticamente “Musica Leggera”, ovvero, musica di serie C! E qui chiariamo subito, con tutto il rispetto per i grandi autori e compositori delle canzoni napoletane del passato, che nessun problema sarebbe sorto se sotto questa classificazione fossero state inserite esclusivamente le canzoni, (o canzonette, questa volta l’etichetta la usiamo noi) sia quelle piacevoli e ben composte che quelle prefabbricate oggi per le platee sanremesi. Diciamo dunque che nessuno si scandalizzerebbe se per Musica Leggera s’intendesse esclusivamente canzoni, quelle aventi nessun’altra limitata pretesa che l’evasione. Col termine leggera ancora molti, troppi, intendono tutt’ora definire anche il pop, il rock, il blues, la musica popolare, la fusion, il jazz-rock, il funky, il reggae, la musica latino-americana, il calypso, il samba, la bossa nova, il tango, ma pure il flamenco, la tarantella eccetera, eccetera, addirittura, il jazz… Il problema, infatti, sorge subito nei primi decenni del secolo scorso con la Musica Jazz che tanta critica ufficiale ancora considera marginale, di serie B, poco più che… “Leggera”. Fu certamente già difficile intorno agli anni ‘30 accettare Gershwin (uno nato come song-plagger, formatosi tra canzoni ragtime e blues) tra i compositori moderni di musica “colta”, dando quindi alla sua Porgy and Bess dignità d’Opera Lirica e non di musical (altro genere cosiddetto leggero). Ma che tipo di musica fa allora Kurt Weill, “degno di rispetto”, all’inizio, perchè allievo di un classicista come Busoni, innamorato notoriamente di Bach, spintosi inizialmente verso il jazz, poi addirittura verso il fox-trot prima di essere considerato vero e proprio inventore di una forma di teatro musicale assolutamente unica? Figuriamoci poi se accettare nell’Olimpo della serietà i vari Coltrane, Ellington, Armstrong, Goodman, Glen Miller, Parker, Stan Getz, Coleman, Mulligan, Gillespie col suo Bop e compagni. Qualcuno, ma solo negli ultimi anni, è riuscito fortunatamente a collocare, con propria identità autonoma, accanto alle grandi classificazioni ufficiali, quella di Classica e di Leggera, anche quella di Jazz. E’ certamente un grande passo avanti: non sarà “Colta”, non sarà certamente (né vuole esserlo, intendiamoci!) Classica, ma rappresenta già un piccolo, faticosissimo passo avanti nella ricerca di più dignitose collocazioni ufficiali. Ma mentre il mondo della cosiddetta Musica Seria, faticosamente e polverosamente si domanda ancora chi tra i grandi stranieri influenzò l’Ottocento italiano, se i tedeschi o i francesi, o se forse furono gli austriaci o i belgi, il mondo gira e i popoli crescono e si rinnovano ed oggi lo fanno con velocità decuplicata da tecnologia, invenzioni e grazie a mezzi di comunicazione sempre più rapidi e perfezionati. Il livello culturale medio, le informazioni più accessibili e diffuse, l’apprendimento, lo studio, ma anche strumenti di divulgazione sempre più alla portata di tutti, fanno sì che sia il numero di ascoltatori che quello di studenti, studiosi e, conseguentemente, musicisti, compositori o aspiranti tali, si decuplichi o forse si centuplichi. La figura del musicista di una volta, chiuso nel proprio studio, con pianoforte e partiture, che impiegava anni per comporre una sinfonia o un’opera, non esiste più. Metodi, mezzi, tecniche, bagaglio di apprendimenti, tecnologie per realizzare, memorizzare ed ascoltare musiche, possibilità di reperimento di dati di ogni tipo di scritti e musiche su qualsiasi musicista e in qualsiasi posto del mondo, abitudini e possibilità dei giovani artisti di viaggiare, di prendere contatti, di scambiarsi e comunicare oggi, grazie soprattutto ad Internet, mettono un musicista moderno in condizione di scrivere, aggiornare, comunicare, scambiarsi, riprodurre e completare una propria opera in mesi o giorni laddove prima occorrevano certamente anni. Ma soprattutto la musica che si fa oggi, gli strumenti che si usano, la possibilità di disporre, grazie a un semplice campionatore, o altri programmi musicali per computer, di un’orchestra virtuale, composta di quanti elementi si voglia, per ascoltare l’esecuzione virtuale di una propria opera, prima ancora di aver completato le partiture, o la possibilità di farla eseguire senza più l’esigenza di avere delle vere e proprie partiture tradizionali, hanno cambiato il concetto stesso di fare musica. Le distinzioni, le etichette, vanno ormai strette a tutti. Cambia la musica, cambia il modo e il luogo per ascoltarla, cambiano necessariamente i parametri critici, le etichette. Cambia (è già cambiato!), il pubblico. Oggi la musica moderna può essere distinta esclusivamente in buona o cattiva musica. Ma torniamo indietro a quando abbiamo scritto che il Jazz viene considerato quasi come un fratellastro della musica seria, una via di mezzo tra questa e la leggera. Un gradino, ma solo un gradino, più su della leggera: diversi piani al di sotto, comunque, di quella Classica o Seria. Orbene, se il Jazz si guadagna, se non il Paradiso, almeno il Purgatorio, visto che tutto il resto viene genericamente relegato nel sottoscala dell’Inferno come Musica Leggera, dove potrebbe essere collocato il Blues? Ah, forse tra il Gospel o lo Spiritual, forse forse più vicine al jazz o… al gregoriano (ma no!) che non alla leggera. Bhe, c’è blues, e blues, forse Porgy And Bess?! Ma no! E cosa dire del Rythm & Blues? Neppure, qui siamo già alle contaminazioni troppo spinte. Ma allora Miles Davis col suo jazz rock era all’Inferno o in Paradiso? E le composizioni audaci dei Weather Report e di Herbie Hancock, la cosiddetta fusion (altro modo per pronunciare “contaminazione”) dove le mettiamo? Cos’è dunque il Calypso o il Reggae di Bob Marley e discendenti? Cosè il Samba brasiliano e il suo raffinatissimo derivato, la Bossa-Nova, cos’è la cubana Rumba e che musica è il Tango che sgorga dal magico bandoneon di Astor Piazzolla, fedele ripropositore di musica popolare? O il jazz-rock di James Senese e Napoli Centrale, o ancora il jazz-popular del napoletanissimo Mario Schiano, il cui sassofono canta il jazz dei Quartieri Spagnoli? Beh, qui siamo quasi sul popolare e potremmo aggiungere forse alla lista anche Gato Barbieri. Ah, stiamo toccando un altro sacrario: l’etnomusicologia. L’Etno! Allora, se lo chiamiamo Folk, o meglio Musica Popolar, diventa una cosa seria. Se ne sono occupati grandi come Diego Carpitella e Roberto De Simone. Ma qui si tratta di Tradizione, Etnomusicologia, Discipline Popolari. Materie d’insegnamento nelle Accademie, nei Conservatori e nelle Università. Quindi anch’esse “ufficialmente” Serie. Insomma il Folk, o meglio, stando alle definizioni delle enciclopedie musicali, la Musica Popolare, come il Jazz, ha diritto ad una sua etichetta ( ma, non illudiamoci, sempre come Leggera viene indicata rispetto alla Musica Seria). Il tutto si complica quando Woody Guthrie, Bob Dylan, Joan Baetz e Janis Joplin, definiti folk-singers, insegnano anche ai nostri giovani cantautori che esiste la musica on the road, quella degli hobos. Che anche con le canzoni si possono cantare il sociale, i problemi delle minoranze, si può fare poesia e contestazione. E quindi da noi Francesco De Gregori, Edoardo Bennato, Ivano Fossati, Eugenio Finardi, ma prima ancora Fabrizio De Andrè con Francesco Guccini a far poesia cantata. Per non parlare dei folk-singers nostrani di matrice “politica” come Ivan Della Mea o Pietrangeli, e Settimelli . Siamo quasi maturi per parlare di world-music? Mi chiedo quindi quale musica faccia mai Paolo Conte all’Olimpya di Parigi. E quale musica proponessero i francesi Brassens o Leo Ferrè. Ma questa storia dell’etichetta “Leggera” è destinata a complicarsi ancora di più da noi in Italia, quando un gruppo di giovani, alcuni di cultura popolare, altri provenienti da esperienze rock, forma alla fine degli anni ‘60, la Nuova Compagnia di Canto Popolare per eseguire rielaborazioni della cultura popolaresca del Sud. Contaminando la rigorosa ricerca di Roberto De Simone con un modo di suonare che sicuramente è influenzato da ciò che ci è arrivato anche dalla Gran Bretagna o dagli States (Chieftains, Alan Stivel, celtica o popolare che sia) . E quindi il mandoloncello di Eugenio Bennato “suona” come il basso elettrico dei Rolling Stones. Carlo D’Angiò ha la forza di un autentico folk-singer californiano, Patrizio Trampetti esegue villanelle e moresche del ‘500 mentre compone in napoletano e in portoghese col grande artista brasiliano Gilberto Gill. Eugenio Bennato va avanti e, staccandosi dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, fonda con Carlo D’Angiò Musicanova, una Nuova Compagnia bis (ancor più “contaminata”), con l’intervento, questa volta di Tony Esposito, un grande percussionista pop (che ha come maestri Roberto De Simone, ma anche Paul Buckmaster, Dom Cherry , Gato Barbieri, il rumore dei vicoli napoletani, il blues dei marinai della Nato nei locali del Porto di Napoli) e di due musicisti “jazz-rock”, Gigi De Rienzo (già arrangiatore di “Nero a metà” di Pino Daniele, il disco certamente più blues del cantautore napoletano) e Bob Fix (geniale sassofonista napol/americano) . Al gruppo si aggiunge la voce di Teresa De Sio che prima cantava come Patty Smith ma poi, sotto la guida di Eugenio, imparerà a cantare alla maniera di Concetta Barra o di Fausta Vetere le Villanelle del ‘500 e le tarantelle del Gargano. Teresa che oggi, dopo entusiasmanti e affascinanti esperienza nel pop e nel rock ritrova con modestia ma anche con tanta maturità nel popolare, nelle tarantelle la sua vena più interessante. Completa il gruppo un giovane violinista, Pippo Cerciello, che ha scoperto che in Francia Jean Luc Ponty, elettrificando un violino rivoluziona i tipici suoni del rock e dimostra che col violino, anche dopo Paganini si può osare ancora. Risultato: sia la Nuova Compagnia che Musicanova escono dalle sale di concerti, conservatori e teatrini d’élite e si esibiscono e vengono acclamati sempre più spesso, negli spazi destinati ai grandi momenti collettivi pop & rock, che nel frattempo in Italia aggregano un considerevole numero di giovani, entusiasti di questa nuova musica, legata alla tradizione, ma che si esprime con strumenti e stili contemporanei. E comunque nell’accezione comune, sempre per via di questa grande distinzione emarginante, la maggior parte della critica, la solita ignorante discografia, ma anche gran parte dei programmatori radiofonici e televisivi, forse non sapendo come diavolo chiamarla, definisce anche questa musica: Leggera. In realtà centinaia di migliaia di giovanissimi italiani, che non ascoltano musica da discoteca, che non seguono solo musica d’importazione ma che ascoltano, ballano e quindi hanno voglia di conoscere e poi di scrivere a loro volta, definiscono questa musica in un solo modo: Musica Vera. Musica che è certamente “colta”, in quanto rappresentativa di un territorio, del costume dei tempi, dei fatti, del background di chi la compone e la esegue, dei problemi esistenziali, sociali (e quindi, ribadisco, proprio della Cultura del loro tempo!) della loro generazione. A quei concerti partecipano folk-singers , bluesman, jazzisti, gruppi folk come la NCCP o come Antonio Infantino (che nel ‘68 canta la strage di lavoratori ad Avola con i suoi Tarantolati di Tricarico e la forza della sua musica è talmente dirompente che inizieranno a suonarla anche i brasiliani a Rio), o Il Canzoniere del Lazio, I Zezi di Pomigliano d’Arco, ma anche gruppi di jazz-rock radicale come Napoli Centrale con James Senese, autentico nero napoletano, con un debuttante Pino Daniele al basso, e poi gli Area con i loro suoni duri metropolitani, col loro rigorosissimo jazz-rock milanese ma soprattutto “palestinese”, con il supporto fondamentale della voce e del suo modo unico di usarla, di quel meraviglioso, indimenticabile artista che è stato Demetrio Stratos, che grazie a un grande comunicatore come Gianni Sassi, alle spalle degli Area e della nuova musica degli anni ‘70, interverrà nei concerti e nei dischi di John Cage e di tanti altri musicisti di contemporanea, canterà con Katye Barberian composizioni di Nono, canterà con John Cage, Bruno Canino, con Hidalgo, Marchetti. Quanto ci manchi Demetrio e quanto mi manchi Gianni Sassi! Tutti questi musicisti dunque suonano tra loro, si scambiano, improvvisano, si contaminano e creano musica assieme. Possiamo continuare a dire candidamente e presuntuosamente (irriverentemente) che è Musica Leggera quella che fanno? O con un altro termine semplificativo, più “moderno”, di importazione ovviamente: pop? E’ dunque questa musica uguale a “Papaveri e papere”, a “Mamma”, a “Non ho l’età”, a “Una lacrima sul viso”? E’ mai possibile che musicisti che ormai vivono, compongono e si esibiscono, che sono già gli autori dei suoni del secondo millennio, debbano essere offesi e sviliti accettando una classificazione impropria ed emarginante che raggruppi malamente in un’unica dannata etichetta “Finchè la barca va” di Orietta Berti con “I Treni di Chador” di Franco Battiato, o confonda brani di liscio di Casadei con “Homo Sapiens” degli Area? L’Enciclopedia della Musica Garzanti alla voce Musica Leggera riporta testualmente: L’espressione Musica leggera definisce tutta quella musica intesa e fruita come svago e divertimento in contrapposizione alla musica colta o seria, alla musica popolare, al jazz… La musica leggera si esprime in due generi fondamentali: la canzone e il ballabile. Ah quanto mi manca (quanto manca al mondo della musica di oggi ), voglio scriverlo ancora, Gianni Sassi, un grande operatore culturale, oltre che amico personale, col quale ho avuto l’onore di collaborare, un serio, lucido situazionista che inventò e finanziò la Cramps, non solo etichetta discografica, ma vera e propria officina d’Arte che si sostituì certamente alle istituzioni ( ma pure a una discografia impreparata, sciatta e disattenta) nel creare una fucina di talenti provenienti sia dal mondo della musica contemporanea che da quello del rock, andando oltre, verso la poesia e le arti visive) . Si trattava di cantautori come Finardi, Camerini, gruppi come gli Area e certamente nessuno dei dischi prodotti dalla Cramps apparteneva al genere canzone o ballabile, eppure, quella Musica, quel rock o folk, o pop che fosse veniva e viene ancora definita dalla critica e di conseguenza dalla stessa industria discografica “Leggera”. E proprio nell’area di Gianni Sassi (che ne curò la comunicazione visiva – vedi la copertina di Pollution, per esempio) nacque un altro artista che oggi , dopo quasi trent’anni dal suo “Fetus”, continua ancora a far discutere proprio sul come o dove etichettarlo: Franco Battiato. Cosa fa Battiato e cos’è? Un cantautore, un musicista rock, un artista pop, o un compositore di musica sinfonica, o contemporanea, o etnica? E’ poeta, buddista, esoterico, autore di opere, balletti, sinfonie o è un cantante un po’ stravagante di musica leggera? A questo punto potremmo fare un elenco infinito di nomi chiedendoci come e dove collocarli. Ennio Moricone fa musica o canzonette? Che musica componeva Nino Rota nei film di Fellini o nel Teatro di Eduardo? Come potremmo definire il più grande creatore vivente di musical, Lloyd Webber ascoltando, per esempio, l’Ouverture del suo “The Phantom of the Opera”? Possiamo dire serenamente che Webber fa musica leggera perchè Madonna canta le canzoni del suo Evita ? Potremmo considerare Webber un genio come Kurt Weill che venne accettato, forse, tra i musicisti “seri” perchè nella sua “Opera da tre soldi”, scritta col grande Brecht, oltre ad usare canzoni, ballate, canzoni di strada, tanghi e fox-trot ha attinto anche dal jazz ma soprattutto dalla musica “colta” e “operistica”? Cos’è dunque questa “contaminazione” di Weill, è forse… “Leggera”? E Brian Eno, una volta col gruppo pop “Roxy Music” con le sue sperimentazioni elettroniche fa house music, rock elettrico o Musica Elettronica “colta”? Come possiamo definire oggi musicisti come Daniele Sepe (jazz-folk, folk-rock o cosa?) che compone balletti per Spoleto o altri festival internazionali, scrive colonne sonore per teatro, cinema, dirige rassegne internazionali di musica come pure fanno Mauro Pagani o Antonio Infantino (caposcuola di tanti folk-singers e compositore apprezzato in tutta Europa, in USA in Brasile, in Sudamerica e non già tra circoli di emigranti bensì nei College o nelle Escuelas de Samba e nei maggiori siti mondiali di musica)? O Massimo Nunzi, già leader della storica formazione jazzistica Trombe Rosse, oggi direttore della più vitale orchestra di jazz italiana con performers di fama mondiale e autore di balletti e musiche teatrali e per il cinema in Francia, Belgio, Germania, Londra, oltre che in Italia? E le musiche per il teatro e per il cinema di Nicola Piovani (che Oscar è il suo? Leggero?!?), di Bill Conti, di Eugenio Bennato? Cosa sono? Sempre Leggera? Sono centinaia, forse anche di più gli autori moderni che, professionalmente, in Italia fanno musica al di fuori dei teatri lirici, delle filarmoniche o di altri luoghi ufficialmente deputati alla “sacralità” della musica cosiddetta Seria. E’ ora di chiarire definitivamente questi equivoci! Non è la musica che deve chiedere di entrare in questi templi obsoleti e clientelari, non sono i musicisti che devono bussare alla porta dei critici per invitarli, per farsi conoscere. Sono i critici che devono farlo, se il loro compito è ancora quello di mediare tra artisti e pubblico, quello di “scoprire” nuovi talenti, di conoscerli e riconoscerli, di segnalarli agli addetti ai lavori, ma prim’ancora, di presentarli al pubblico. Perché, attenzione colleghi della critica “colta”! Il pubblico, spesso anni prima di voi, li conosce già e bene! Rischiate voi, cari colleghi critici, da troppi anni impigriti e sprofondati nelle poltrone di prima fila di quei venti o trenta grandi teatri italiani rimasti in piedi, di restare fuori dalla realtà, di veder superata la vostra funzione. I giovani di ieri, quelli degli anni sessanta/settanta , quei giovani che, alla ricerca del nuovo, scoprivano ed amavano un nuovo modo di vivere e questa musica , che non hanno mai considerato, neppure per un solo istante “Leggera”, sono cresciuti. Sono loro oggi i frequentatori dei tantissimi luoghi , diversi dai Grandi Teatri, dove oggi si esegue musica; sono loro gli acquirenti, gli ascoltatori di radio e TV. Sanno dove questa musica viene eseguita e conoscono bene chi la crea. Perché, a parte l’occasione mondana di una prima scaligera , teatri, accademie, filarmoniche sono sempre più vuoti, vuoti di giovani, anche se affollati di mondanità. Perché il resto del mondo, la stragrande maggioranza del mondo (anche se, in diversa dimensione e con spirito certamente più “contemporaneo”), segue altrove la musica moderna, quella che si compone e si ascolta da oltre mezzo secolo, ormai e, cosa ancor più grave, segue, ahimè, sempre meno o con maggior distacco le Grandi Opere Liriche che fanno parte del grande patrimonio italiano e straniero del passato. Grande, certamente, ma del passato. L’unico, a quanto pare, al quale la critica italiana sia rimasta pericolosamente aggrappata, rifiutando di aprirsi e di maturare con la crescita e l’evolversi della Musica Moderna. Attenzione, voi che v’aggrappate a queste ultime grandi zattere traballanti. Se affonderanno con le loro strutture barocche o se verranno abbandonate per sempre dal pubblico vero, quello che si avvicenda con l’avvicendarsi degli anni, quello che cresce e cambia, in questi grandi templi del passato, rischieremo sempre più di vedere soltanto défilé di moda, fiere delle vanità e voglia di prima fila. Il rischio poi è quello che questo grande patrimonio del passato, (che nessuno di noi, intendiamoci, contesta: grande rispetto, come per la storia, ma non adorazione mistica, ovviamente, poiché tutto l’apparato della Lirica fa parte ormai della Storia della Musica, non più del suo evolversi, del suo presente) segregato tra queste mondane élite, non giunga mai al resto del mondo, alla gente comune. Alla stragrande maggioranza della gente che non è più quella che da qualcuno veniva definita “massa incolta”. Certo è che restando così le cose, nei “templi della lirica” non vedremo mai il pubblico vero, né tantomeno i giovani che la musica del loro tempo vanno ad ascoltarla dove c’è, dove la si fa realmente oggi. E la fanno. E certamente non la chiamano, né tantomeno la considerano, Leggera. Leggera..? Ma cos’è dunque, il contrario di Pesante? O di… Pedante? Seria? Cos’è il contrario di Ridicola, di buffa di poco seria, di faceta? Frank Zappa, uno dei più grandi artisti pop rock mai esistiti, componeva ed eseguiva vere e proprie “sinfonie rock”, scambiava le proprie esperienze sia con arrabbiati metallari che con Karleinz Stockhausen. Zappa viene definito artista pop e il pop altri non è, per gli “etichettatori” che un ramo della leggera; Elton John oggi scrive un’Aida moderna, opera o musical che sia, Paul Mc Cartney scrive sinfonie da lui stesso dirette ed eseguite dalla Royal Philarmonic Orchestra di Londra, Enzo Gragnaniello col suo bagaglio di cultura metropolitana varca il tempio napoletano della Lirica (primo caso nella storia! auguriamoci non l’unico) cantando, col suo gruppo rock e col Coro del Teatro San Carlo, alla presenza degli studenti di medie e licei della città, brani della Rivoluzione napoletana del ‘799, rielaborati da Roberto De Simone nell’Oratorio “Eleonora”. La stessa splendida Gatta Cenerentola di De Simone (raro, meraviglioso caso oggi di opera “moderna”) è in realtà una riuscita fusione tra musica popolare, lirica, operetta e, perché no, stando alle etichette, cosiddetta “leggera”. I più grandi tenori della terra cantano sempre più spesso canzoni “leggere” alla maniera di un concerto sinfonico; di contro Andrea Bocelli canta veri e propri brani d’opera nei luoghi della leggera. Cosa sono i “Salmi Biblici” di Lucio Dalla? E come etichettare il successo discografico dei Canti Gregoriani, andati a ruba tra i giovanissimi del rock … Contaminazioni? Leggera, “Seria” o musicaccia, musica d’autore o musica “sanremese”. E via continuando. De Gregori, De Andrè, Tenco, Guccini, Conte, Fossati, Paoli, Lauzi, Vecchioni cosa sono: cantanti, cantautori, saltimbanchi o poeti? Quale musica, quali artisti verranno studiati tra qualche anno sui banchi di scuola, nei conservatori, nella accademie, nelle scuole di musica moderna? Fortuna che uno dei nostri più intelligenti e spregiudicati autori di musica contemporanea, Luciano Berio , oltre ad aver fatto importanti esperienze con Dalla Piccola e Maderna ed essersi dedicato alle composizioni elettroniche, non ha esitato ad utilizzare, in recenti lavori, musiche del nostro folclore e “addirittura” dei Beatles. E i Beatles, anche se studiati ormai nelle scuole e nelle accademie, eseguiti nei grandi teatri, arrangiati da maestri del jazz come Gaslini e da tanti altri, vengono tutt’ora etichettati “Gruppo inglese di Musica Leggera”! A proposito di contaminazioni, di etichette, di definizioni, Carlo Majer, già direttore artistico del San Carlo di Napoli, intellettuale e critico, ha dichiarato nel corso dello special televisivo da me realizzato con Michael Pergolani per Raitre, a proposito dell’ingresso del cantante musicista Enzo Gragnaniello al San Carlo : “… più che di contaminazione, il discorso è quello del confronto dei linguaggi , a Napoli c’è anche chi, scandalizzato, ha scritto al San Carlo: “ma come?! Nel Teatro entrano questi cantanti?…” Sbagliano, perché tutta la storia della musica è stata sempre un confronto tra i generi, poi le etichette sono sempre antipatiche, colto, leggero, commerciale, non commerciale. Vorrei ricordare che Verdi scriveva delle pagine meravigliose partendo dai ballabili dell’epoca, che sicuramente potevano fare l’effetto che oggi l’esibizione “ufficiale” di Gragnaniello al San Carlo può fare alla gente.” Un dubbio, un grave dubbio si insinua a questo punto nelle nostre menti: e se queste divisioni settarie altro non nascondessero che divisioni ben più… succulente, se in gioco vi fosse molto, “tanto” di più che non soltanto barbose etichette, disquisizioni formali, arcaiche e lobbistiche. Se si trattasse più semplicemente di torte, grandi torte, grandi fette di quei famosi contributi miliardari dello Stato destinate esclusivamente alla Musica cosiddetta Seria, da difendere? Se fosse tutto qui il problema? Se si trattasse soprattutto di un preciso intento di mantenere ad ogni costo questi privilegi, di lasciare che le risorse economiche ufficiali restino per sempre, esclusivamente, appannaggio di un settore, certamente prestigioso, certamente rappresentativo di grandeur italiana , nel mondo della musica classica? Che non è però, e lo ribadiamo, la sola musica che si fa in Italia, che non è più oggi rappresentativa, se non per una ristretta cerchia, di autori, di compositori, di musicisti italiani del nostro tempo, né tantomeno di un numero tale di cultori e seguaci da giustificare l’enormità della spesa e dei relativi finanziamenti occorrenti per tenere in piedi questo meraviglioso, costosissimo, elitario (ma antico, storico) settore della Musica. Quello a cui vanno più soldi, quello a cui continuano ad andare più soldi, mentre alla musica moderna non va una lira. L’Opera Lirica e tutta la musica Classica in genere, in Italia non viene considerata come quel grande “reperto archeologico” che in realtà è, quel grande patrimonio artistico che il mondo ci invidia, degno di rispetto ed ammirazione, da studiare con impegno ed attenzione, ma rappresentativo ormai di uno stile, un’epoca, un mondo “del passato”. L’Opera Lirica e certi grandi concerti sono e restano la sola grande musica, la costosissima musica, l’unica musica da mantenere, sostenere, finanziare. E la musica che si fa oggi, l’altra musica, quella pop o rock (Leggera, come limitatamente ancora la chiamate,) o come altro preferite chiamare la musica moderna, quella vitale e rappresentativa del nostro tempo, quella amata dai giovani di oggi, ma anche da chi giovane lo era negli anni 50, 60, 70? Quella “contaminata”, dunque, quando smetterà di essere il bastardo, il meticcio, il mezzosangue della cultura italiana, “secondo i critici ufficiali”? Secondo il pubblico, fortunatamente da diversi decenni è e resta la Musica di oggi. Ma ben più grave di una bega tra critici è invece la situazione della musica moderna , chiamiamola appunto della “Musica di oggi” e dei musicisti dal punto di vista professionale. Non esiste in pratica né un luogo ufficiale dove farla, né una scuola , né un’istituzione che tuteli la musica e i musicisti cosiddetti “leggeri”. Mentre per i futuri strumentisti o orchestrali destinati prevalentemente a diventare “strumento di fila” di orchestre stabili di Enti Lirici o sinfonici (solo raramente solisti o componenti di formazioni autonome) esiste il Conservatorio, per la musica “non seria”, cioè la Musica di oggi, insomma rock, jazz o contemporanea, non c’è un luogo pubblico dove studiare, fare tirocinio, prepararsi ad entrare professionalmente o essere aiutati ad inserirsi nel mondo artistico. Il luogo delle esibizioni è uno spazio empirico, praticamente da trovare di volta in volta, mai perfettamente idoneo né assegnato volentieri. Palasport (nati per ospitare avvenimenti sportivi al centro di uno spazio con gradinate per il pubblico e con acustica pessima); stadi (sull’erba o sulle gradinate, si rovina il campo da gioco e alla fine si tratta di un ripiego al buon ascolto); parchi o piazze che fanno insorgere ambientalisti, beni culturali e abitanti cha anche a distanza di chilometri vengono “disturbati” dai suoni amplificati. All’estero la situazione è diversa, in molte città europee come ad esempio a Madrid, c’è un rockodromo, uno spazio adibito esclusivamente ai concerti di musica cosiddetta rock, lontano da zone residenziali, senza problemi di interferenze sonore, con grande capienza e acusticamente idoneo. Per fortuna, in anni relativamente vicini, a Roma è stato varato un gioiello acustico, l’Auditorium, le cui sale, con molta prudenza e parsimonia vengono aperte fortunatamente anche al rock, non certo quello hard ma soprattutto a cantautori e formazioni “rassicuranti”. Ma a parte il problema del luogo, chi finanzia gruppi, strumenti, amplificazioni, chi decide quando un dilettante possa diventare un professionista, cosa fanno le istituzioni per sostenere nuovi talenti? In assenza di scuole, finanziamenti, tutele di alcun tipo la possibilità di esistere e di affermarsi per un artista, cantautore, rock, jazz o altro è stata affidata da sempre esclusivamente all’industria privata, alla discografia. Una discografia quella italiana, che si divide in multinazionali ed etichette indipendenti. Le multinazionali ci impongono i loro prodotti stranieri e si limitano a sottrarsi l’un l’altro a colpi di miliardi quei pochi big nostrani su cui puntare. Nulla o quasi viene investito su nuovi artisti a meno che non siano già noti in TV o prodotti da discoteca, facili e poco costosi. Il costo dei CD è alle stelle, molto si può “rubare” su Internet e quindi si vendono sempre meno prodotti. Radio e TV badano quasi esclusivamente agli ascolti e vanno sul sicuro con le play list, trasmettendo soltanto prodotti già affermati con pochissimi spazi riservati alle novità. Ecco quindi che si determina un grande paradosso. Mentre la musica Seria, che è soprattutto quella del passato, vive nei teatri lirici o sinfonici grazie ai contributi statali che finiscono agli enti lirici, ai teatri monumentali, ad artisti e compositori “ufficiali”, ad associazioni e a finanziare spesso inutili e “ammuffiti” convegni, i settori della musica moderna (seguiti ormai da oltre mezzo secolo dalla maggior parte dei cittadini, ma che raggruppano certamente più del 90 per cento di compositori, musicisti ed operatori del settore) sono quasi esclusivamente nelle mani della discografia privata. Unico arbitro della sorte, del lancio, della carriera di artisti e aspiranti tali. Con tutto ciò che ne consegue. Gran parte delle direzioni artistiche delle case discografiche proviene da quella musica leggera “sanremese” che preferisce canzonette commerciali e divetti prefabbricati a veri musicisti. Ma la questione delle “colpe gravi” della nostra discografia e della latitanza delle istituzioni in questo campo è materia per un altro capitolo e qui stiamo parlando di Contaminazioni. E a questo proposito, per immergerci ancora meglio nell’argomento, “confesserò” le mie responsabilità dirette su questo scottante tema: ebbene si, chi scrive è un grande contaminatore. Credo sia indispensabile riassumere, sia pure per sommi capi la mia storia personale col mondo musicale italiano e lo faccio sia per suffragare (con esempi reali, operazioni fatte e risultati ottenuti) quanto scrivo, sia perchè la mia storia di contaminatore può essere certamente emblematica, come lo è stata quella, e mi è caro l’accostamento, di Gianni Sassi, come quella di un critico sempre interessato alle novità, alla contemporaneità, a quanto accade attorno e non solo a quanto è già accaduto. Soprattutto a cosa potrebbe accadere in futuro nel mondo dell’Arte, della Musica in particolare. Contaminato a mia volta nel corso di incontri “folgoranti” ( Frank Zappa, Kagel, Sinopoli, De Simone, Sciarrino, Infantino, Buckmaster, Deodato, Dom Cherry, Gato Barbieri, Leo Ferrè) e da esperienze in diversi settori artistici, pur partendo da formazione rigorosamente classica, da studi al Conservatorio e privati di oboe e violino, (mio padre, Elio, era prima viola al San Carlo e componente di una rinomata formazione d’archi, il “Quartetto Schininà”), dopo alcuni anni dunque, di full immersion nel mondo della lirica e della concertistica, giungevo a Venezia sia sulla via dell’arte visiva più moderna, scoprendo Man Ray, Bonalumi e Del Pezzo, che su quella della musica. Dopo aver fatto gavetta come critico di musica Classica sul mensile “Il Loggione”, tradizionalista e moderatamente moderno, fui subito incuriosito dalla musica contemporanea, quella di Nono e dei suoi “maestri” Schoenberg, Webern e Berg, orecchiando dodecafonia, ma principalmente ogni forma di esperimenti d’avanguardia, quindi quella di Bussotti e Sciarrino, ma affascinato da quella aleatoria (partecipe in questo settore, in prima persona, agli esperimenti di un estroverso ipercinetico amico, Giuseppe Sinopoli, tra i primi in Italia ad immergersi nell’aleatoria) soprattutto, interessato ai postweberniani ma pure a quella “pittoresca” e gestuale di Kagel. Approcci veloci, superficiali forse, intensi certamente. Alla mia natura irrequieta e discontinua devo tanti errori ma pure tanta voglia di conoscenza e di esperienze sempre nuove. Le devo però anche temerarietà e amore per il rischio. E quindi, napoletano a Venezia, ma con ottimi amici come Giorgio Bisotto, Donella Del Monaco, Giuseppe Sinopoli, Mario Messinis, dopo un doveroso “pellegrinaggio” in Germania a Darmstadt, a Ulm e Dortmund, mi lancio nell’avventurosa fondazione di un nuovo mensile culturale, edito, grazie al sacrificio della sua “paghetta” da benestante, dal mio amico Bisotto. Proprio in quei giorni inizia a Venezia una frequentazione ed amicizia con un giovane studente di medicina con grande talento per la musica, ma soprattutto con grande conoscenza ed esperienze di musica contemporanea. Questo giovane, che rubava il tempo agli esami di anatomia per scrivere ineseguibili, gigantesche, affascinanti partiture di musica aleatoria, era Giuseppe Sinopoli (indimenticabile vulcanico, estroso amico) al quale affidai subito l’incarico di critico musicale sul nascente mensile di immagini, suoni e arte moderna Attuale, da me diretto. Realizzato grazie alla collaborazione degli amici veneziani e di alcuni operatori culturali napoletani, cioè Fabio Donato, Carlo De Simone ed Eugenio Dentale, mi occupai di Attuale per i suoi due anni di difficilissima sopravvivenza. Ma che anni e che collaboratori!. Oltre a Giuseppe Sinopoli scrivevano, disegnavano e fotografavano per Attuale: Roberto De Simone, Piero Berengo Gardin, Guido Crepax, Mario Serenellini, Achille Bonito Oliva, Lucio Amelio, Oreste Del Buono, Arturo Fratta, Mario Schiano, Mimmo Jodice, Arturo Morfino, Mario e Maria Luisa Santella, Umberto Telesco, Gianni Cesarini. Attuale diede vita, inoltre a un irripetibile scambio di pagine ed esperienze (credo unico nell’editoria) tra la propria redazione e quelle di prestigiose riviste culturali come Linus, Skema, Sipario e Popular Photography. E soprattutto Attuale diede spazio alle novità, alle alternative, alle avanguardie nei settori delle arti visive e della fotografia, teatro, fumetto, grafica ma soprattutto Musica. Nacquero dibattiti, iniziarono scambi e collaborazioni tra seguaci di jazz, di etno, di popular, di fusion, di rock, di classica, ma soprattutto di contemporanea. Contaminazioni, certamente! E all’interno della contemporanea discussioni tra i sostenitori di Cage, di Stockhausen, tra quelli di Sciarrino, Nono, Schoenberg, tra gli elettronici e gli aleatori. Si trattava anche del jazz popolare di Mario Schiano, degli esperimenti rock-jazz di James Senese e dei primi dischi di Battiato. Ma nessuno di noi chiamò mai “Leggera” la musica di Battiato, nè quella degli Area nè di Schiano … Da quel nucleo vennero fuori anche importanti documentazioni discografiche di contemporanea, certamente contaminata , da me prodotte e promosse, come le composizioni di Luciano Cilio “ Dialoghi del Presente”, “Opus Avantra” con Donella Del Monaco e Giorgio Bisotto e sempre con Donella del Monaco, un’altra opera discografica, da me prodotta per la Cramps di Gianni Sassi, un documento sonoro importantissimo: “Schoenberg Cabaret”, da appunti inediti ritrovati e offerti a Donella dalla figlia di Luigi Nono. Quindi, sempre con la Cramps, in quegli anni produco un disco di Mario Schiano, Tommaso Vittorini e Gino Castaldo, allora emergente critico di … leggera, “Sotto un cielo di stelle”, avanguardistica parodia dell’avanspettacolo. E via contaminando … ritorno a Napoli dalla quale ero snobisticamente fuggito e vengo folgorato da una scelta di grande coraggio e di … contaminazione: Roberto De Simone, allora uno dei più promettenti clavicembalisti europei, si “rovina “ le delicate e preziose mani, rinunciando per sempre ad eseguire Frescobaldi o Bach sulla delicata tastiera del clavicembalo, suonando a tutta mano la tammorra, con una tecnica appresa sul terreno nel corso delle sue rigorose ricerche sulla musica popolare. Quel gesto “rivoluzionario” mi affascina. De Simone incontra in quel periodo una formazione di giovani napoletani, alcuni provenienti dal mondo del rock altri da quello metropolitano dell’hinterland partenopeo che avevano scelto di riproporre le musiche della propria tradizione anziché scimmiottare quelle d’Oltre Oceano, dilaganti alla fine degli anni ‘60 tra i giovanissimi. Questi ragazzi, capitanati da Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò, affidano il proprio entusiasmo ed abilità a Roberto De Simone che li dirigerà. Recupero dunque della tradizione, rigorosamente adattata a giovani urbanizzati, ma anche contributi da parte di questi musicisti di sonorità più moderne, di tecniche più elaborate, di suoni più giovani: .. .contaminazioni. Divento allievo e al tempo stesso produttore artistico di De Simone, e della NCCP, li porto in sala di registrazione, faccio di peggio: li porto e li impongo sui settimanali di musica giovane, di rock progressive (Ciao 2001, Gong, Muzak, Nuovo Sound, Stereo Play, Rockstar), li porto sui palchi dei grandi raduni rock, dei concerti politici; ma anche nei Conservatori (grazie al ‘68 finalmente aperti anche ad esperienze diverse). Tra i giovani, tra decine, centinaia di migliaia di giovani. E la contaminazione dà i suoi frutti: è grazie ad essa che la musica che viene fuori da queste formazioni, è accettata non solo come folk, da pubblico e critica. Sempre in quel periodo, altra contaminazione riuscita, che pochi ricorderanno ma che “fa clamore”: convinco Roberto De Simone (schivo, modesto e restio ad uscire allo scoperto come cantautore) preoccupato per la propria identità e rigore di musicista “serio”, a realizzare un disco con alcune sue straordinarie ballate o se preferite canzoni, delicate poesie autobiografiche. Il disco che produco si chiama “Io Narciso io” ma lo ascolteranno in pochi perché De Simone, nel suo rigore, si rifiuta di fare promozione televisiva e “per punizione” l’elefante discografico, la RCA, quasi non mette in commercio il disco, “getta via” quel meraviglioso esempio di contaminazione … Leggera (?). Ma in quei giorni a Napoli, anzi già da qualche anno prima, negli anni del dopoguerra, della ricostruzione, dell’occupazione, altri giovani musicisti come Pino Daniele, Toni Esposito, James Senese, Mario Musella, (lo stesso De Simone, per sbarcare il lunario, negli anni che precedettero le sue scelte rigorose, suonava rock’ n’roll martellando sul pianoforte di un localetto del Porto) suonano nei bar frequentati dai marinai americani della Nato. Suonano la loro musica, un po’ italiana, un po’ napoletana, un po’ una nuova forma di jazz, un po’ appresa sui dischi … americani, ma soprattutto musica ancestrale, anche se certamente improvvisata, suoni che fanno parte del background di chi , come i napoletani, vive in una città di mare, crogiuolo delle più disparate culture, molto contaminata, al centro del Mediterraneo. Contemporaneamente ascoltano jazz, blues, musica improvvisata da solisti americani; nelle truppe Nato ci sono molti musicisti più o meno famosi ma tutti pronti a suonare con i nostri ragazzi a scambiarsi , a insegnare tecniche, stili e modi di suonare. A Napoli e solo a Napoli nasce quel vero e proprio movimento musicale che io battezzai “Napule’s Power”. Un po’ perché i napoletani erano considerati dal resto d’Italia, dalla discografia, dai manager, dalla Rai di allora … i “Negri del Vesuvio”, gli emarginati “cronici”, ma anche perché i più giovani e consapevoli esprimevano la propria rabbia e la propria protesta da emarginati, alla maniera dei neri di Harlem. E quindi un po’ da Black Power. Quella commistione di generi popolaresco-arabeggiante, tammorriate e tarantelle (melodie che aleggiavano da sempre nell’area partenopea e che Monteverdi, Rossini ed altri avevano già edulcorata e fatte proprie), che i nostri giovani musicisti invece stavano ora assorbendo e trasformando in una sorta originalissima di jazz-rock mediterraneo, quella componente ritmica di grande rabbia ed emarginazione che caratterizza i meno ricchi Sud di tutto il mondo, mescolata a quel blues e al jazz-rock che gli americani suonavano nei localetti del porto, fa nascere un vero e proprio nuovo genere, originale, connotabile, certamente italiano, ancor più certamente napoletano ma di respiro internazionale, che darà origine a tante formazioni e che costituiranno comunque l’unica vera novità musicale italiana dalla fine degli anni ‘60 alla fine dei ‘70. Vengono quindi allo scoperto e raggiungono grande popolarità gli Showman, gli Osanna, Napoli Centrale, Toni Esposito, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Pino Daniele, Edoardo Bennato, Concetta Barra, l’avanguardista Alan Sorrenti e il gruppo post-dada Saint Just di sua sorella Jenny Sorrenti, lo stesso Roberto De Simone e quindi arrivano Il Masaniello di Elvio Porta, Musicanova, Teresa De Sio, Daniele Sepe, I Zezi di Pomigliano d’Arco, Enzo Gragnaniello. Di cosa abbia rappresentato e rappresenti, a livello internazionale questo genere musicale, questo vero e proprio “movimento musicale” sia dal punto di vista stilistico o di maniera che da quello socioculturale, tratta con ampiezza di particolari, suffragato anche dagli interventi di illustri e qualificati operatori culturali, il libro da me scritto con Michael Pergolani, esperto di musica internazionale, poeta e straordinario scrittore, “Song ‘e Napule”, edito da Rai Eri e tratto dall’omonimo programma radiofonico,ideato e condotto da me e da Pergolani, su Radio1 Rai . “L’Enciclopedia del pop e del rock napoletano” che ho scritto sempre con Michael Pergolani per Rai Eri, ha approfondito e completato, giungendo sino ad oggi, storia, protagonisti e motivazioni tra il legame tra questo grande movimento musicale italiano e il suo territorio.

Chiamate pure come volete questa musica e questi artisti, chiamate come volete la musica e il settore, o i settori, di cui mi occupo da oltre trent’anni, ma non continuate a chiamarla, non chiamatela , per carità, mai più “Musica Leggera”. E non chiamatemi mai più “critico di musica leggera”. Se preferite datemi pure del contaminatore: non mi offenderò. Vi ho scritto il mio “pedigree” non solo per documentare e motivare la mia trasformazione, di cui vado fiero, da critico di Musica Seria a critico di musica … e basta , ma proprio per rappresentare i tanti, i tantissimi musicisti, autori, critici, operatori culturali, seguaci e appassionati che non intendono più accettare ridicole, pretestuose, settarie e obsolete distinzioni discriminatorie ed emarginanti. Ma etichettatemi pure come volete: sarò comprensivo con voi, illustri colleghi critici, bisognosi di … etichettare per credere. Assieme a tantissimi musicisti, autori, critici, cantanti, ascoltatori, spettatori chiediamo, anche a nome di chi negli ultimi trenta o quarant’anni ha suonato ma soprattutto ascoltato una musica rappresentativa del tempo, del costume, del gusto, della storia, del mondo in cui viviamo, di non chiamare mai più Leggera la musica che stiamo vivendo. E se non vi viene un’etichetta adatta, non fa nulla. Per carità. Eugenio Bennato battezzò la musica che continuò a fare dopo la sua fuoriuscita dalla Nuova Compagnia di canto Popolare e il suo evolversi anche verso strumenti elettrificati, nel più appropriato dei modi: Musica Nova. Noi la continueremo a fare e a chiamare, se proprio sarà necessario, soltanto Musica. La Musica di oggi, la Musica Nostra.

Marengo

Renato Marengo, critico musicale, autore radiofonico e televisivo, saggista, ideatore del movimento musicale denominato “Napule’s Power”, produttore discografico (Toni Esposito, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Edoardo Bennato, Roberto De Simone, Teresa De Sio, I Zezi di Pomigliano d’Arco, etc.), collaboratore di Gianni Sassi e della seminale label indipendente Cramps (per cui curò, tra l’altro, la produzione degli Opus Avantra, di Luciano Cilio e l’importantissima opera discografica “Schoenberg Cabaret”). Direttore responsabile del Cinecorriere News. Coordinatore della mostra “Bixio, musica e parole nel Novecento italiano”.